sabato 4 maggio 2013

Luigi Angeli. "L'Illustration" e la Campagna d'Italia del 1859. 2/3.




“L’Illustration”  e la Campagna d’Italia del 1859. 2. Corrispondenze

Proclamazione della guerra. Storia della settimana. La Guerra è proclamata. L’imperatore in persona (Napoleone III) ha fatto conoscere al popolo francese le aggressioni dell’Austria, che l’hanno resa necessaria. Di fronte alle continue invasioni di questa potenza ambiziosa e gelosa, non era solo il Piemonte ad essere minacciato nella sua indipendenza, nelle sue istituzioni, la Francia stessa aveva motivo di temere di avere uno spiegamento di sentinelle austriache sulle sue frontiere. […]  Ma la guerra dichiarata ieri, soltanto dalla Francia, era già stata decisa dal 23 del mese passato dall’Austria, ed è difficile spiegarsi la lentezza delle operazioni dell’esercito austriaco, quando le condizioni del suo ultimatum alla Sardegna lasciavano vedere una chiara impazienza di iniziare le ostilità. […] Bisogna ben dire che l’Austria raccoglie ogni giorno delle testimonianze evidenti dell’impopolarità della sua amministrazione in Italia. […] I movimenti popolari che si sono prodotti in Toscana e a Parma, cacciando il governo dei principi che erano diventati vassalli dell’Austria, hanno fatto chiarezza sul valore degli appoggi che credeva di avere in Italia. Questa incertezza l’ha fatta esitare nell’azione. E’ difficile spiegare con altri motivi la mancanza di risolutezza dimostrata dai ritardi che separano la risposta della Sardegna all’ordine di disarmare, e l’invasione del Piemonte che è stata effettuata dalle truppe austriache nella serata del 29 aprile.  Tuttavia la Francia non ha atteso la violazione del territorio sardo per portare soccorso al suo alleato, che non è solo il Piemonte, ma tutto il popolo italiano, e dal 27 i corpi dell’armata delle Alpi più vicini alla frontiera hanno ricevuto l’ordine di mettersi in marcia. Sia come sia, un corpo di Austriaci ha attraversato il Gravellona il 29 ed è penetrato a Cussalo, vicino a Vigevano. Il 30 dei distaccamenti sono sbarcati a Stresa e ad Arona (lago Maggiore), e nella mattinata dello stesso giorno l’esercito invasore portava i suoi avamposti a Vespolate e a Cerrano; mentre il grosso dell’esercito è restato indietro marciando su Vigevano e Mortara. Quest’ultimo luogo è stato occupato il 1° maggio da 2.000 austriaci, e Novara è stata occupata da 400 fanti e 50 cavalieri. Il generale Giulay ha imposto agli abitanti di Novara un contributo sotto forma di viveri e foraggi. Il 2 sembrava che gli austriaci si concentrassero sulla Sesia: nessuna battaglia ha avuto luogo in questo posto. Il lato destro del Po è ancora libera, ma il 3, nella serata, il nemico ha cominciato a costruire dei ponti su due rami del fiume, verso Tortona. Le notizie ufficiali annunciano, il 2, l’occupazione di Vercelli da parte delle forze nemiche. […]
Il re di Sardegna ha lasciato, il primo maggio, la capitale, con lo stato maggiore, per prendere il comando dell’esercito sardo, di cui la maggior parte è ancora chiusa nelle caserme. Non si disponeva ancora del contingente dei volontari italiani. La rivoluzione che si è realizzata pacificamente a Firenze, con il passaggio del governo dalle mani del granduca a quelle di una commissione provvisoria, è stata di esempio ai ducati vicini. Parma e Modena hanno visto scoppiare dei movimenti popolari. Massa e Carrara si sono messi sotto la protezione della Sardegna. Gli austriaci, da parte loro, non possono soffocare lo spirito di indipendenza che con una dura repressione. Venezia, e la provincia d’Istria fino a Gorizia, sono stati dichiarati in stato di assedio. Il governo provvisorio toscano ha, come comandante dell’esercito, l’illustre difensore di Venezia, il generale Ulloa, che ha compiuto un atto di riconoscenza verso la memoria di Daniele Manin, nominando Giorgio Manin, figlio del celebre presidente della repubblica di Venezia del 1848, suo aiutante di campo, con il grado di luogotenente dello Stato Maggiore Generale. […]
Un altro decreto proposto dal ministro della guerra ordina che siano aperti gli arruolamenti dei volontari per due anni, senza incentivi, e gli arruolamenti dopo la liberazione e aventi una durata da tre a sette anni, con incentivi. Un decreto del maresciallo ministro della guerra fissa le indennità attribuite ai reingaggi e agli arruolamenti volontari dopo la scadenza del servizio. I reingaggi di sette anni daranno diritto a una somma di 2.000 franchi di cui 1.000 pagabili al momento dell’ingaggio o della leva. (Paulin,  n.845, 7 maggio 1859)
Armata d’Italia. 1° corpo – 1° divisione. Rapporto ufficiale del sig. generale Forey, trasmesso da sua eccellenza il maresciallo Baraguey d’Hilliers all’Imperatore. Voghera, 20 maggio 1859, mezzanotte. Sig. Maresciallo,ho l’onore di rendervi conto della battaglia che la mia divisione ha ingaggiato oggi. Sono stato avvertito, a mezzogiorno e mezzo, che una forte colonna austriaca con un cannone aveva occupato Casteggio e si erano fatti indietreggiare da Montebello gli avamposti della cavalleria piemontese. Sono andato immediatamente sulla strada di Montebello con due battaglioni del 74°, destinati a rilevare due battaglioni dell’84°, rifugiati su questa strada, dopo Voghera, all’altezza di Madura. Durante questo tempo il resto della mia divisione si armava; una batteria di artiglieria marciava in testa. Arrivati al ponte sistemato sul ruscello Fossagazzo, estremo limite dei nostri avamposti, feci mettere in batteria una sezione di artiglieria, affiancata a destra e a sinistra da due battaglioni dell’84°, sistemando lungo il ruscello dei tiratori scelti. In questo tempo in nemico si era spinto da Montebello su Ginestrello ed io, essendo stato informato che si stava dirigendo verso di me con due colonne, una per la grande strada, l’altra per la massicciata della ferrovia, ordinai al battaglione di sinistra del 74° di proteggere la massicciata a Cascina Nuova, mentre l’altro battaglione si portava sul lato destro della strada dietro all’84°. Questo movimento era appena terminato che iniziò uno scontro a colpi di fucile, su tutta la linea, tra i nostri tiratori e quelli nemici che marciavano verso di noi, aiutando i suoi tiratori con delle punte avanzate che provenivano da Ginestrello. L’artiglieria aprì il suo fuoco su queste colonne con successo; il nemico contrattaccò. […] Rassicurato da questa parte io mi spinsi di nuovo in avanti sulla destra e mi impossessai, non senza una seria resistenza, della postazione di Ginestrello. Giudicando allora che, seguendo con il grosso della fanteria il crinale delle colline e la strada con l’artiglieria, protetta dalla cavalleria piemontese, mi impossessai più facilmente di Montebello, così organizzai le mie colonne d’attacco agli ordini del generale Beuret. Il 17° battaglione dei cacciatori, sostenuto dall’84° e dal 74° disposti a scaglioni, si lanciarono sulla parte sud di Montebello, dove il nemico si era barricato. Si ingaggiò così un combattimento corpo a corpo nelle strade del villaggio, e casa per casa. E’ durante questa battaglia che il generale Beuret è stato ferito mortalmente mentre era al mio fianco. Dopo una resistenza ostinata gli austriaci dovettero cedere davanti allo slancio delle nostre truppe e, benché vigorosamente trincerati nel cimitero, dovettero difendere ancora alla baionetta questa ultima posizione al grido, mille volte ripetuto: “Viva l’Imperatore!” Erano allora le sei e mezzo, giudicai che era prudente non andare oltre il successo della giornata. Arrestai le mie truppe dietro il cimitero e disposi sulle cime delle colline quattro cannoni e numerosi tiratori, che fecero indietreggiare le ultime colonne austriache verso Casteggio. […] Non conosco ancora le cifre esatte delle nostre perdite. Sono numerose, soprattutto per quanto riguarda gli ufficiali superiori che hanno pagato ampiamente di persona. Ho valutato approssimativamente da 600 a 700 uomini tra morti e feriti. Quelle del nemico dovrebbero essere considerevoli, giudicando dal numero dei morti trovati, soprattutto a Montebello. Abbiamo fatto circa 200 prigionieri tra i quali si trovano un colonnello e molti ufficiali. Molte casse d’artiglieria sono ugualmente cadute nelle nostre mani. Il generale comandante la 1°divisione del 1° corpo. (Forey, n 848, 28 maggio1859)
 […] Gli eserciti alleati continuano gloriosamente la serie di successi così brillantemente inaugurata dalla battaglia di Montebello. I dettagli dei differenti scontri che hanno avuto luogo fino ad oggi non sono ancora completi, possiamo però almeno constatare i fatti il cui insieme prova l’ardore e l’energia con le quali questa santa guerra è condotta. Garibaldi continua il suo cammino vittorioso con un successo che nemmeno i suoi ammiratori avrebbero osato sperare. Dopo essere audacemente avanzato fino a Varese, alla testa di soli 6.000 uomini, si è barricato nella città e attende coraggiosamente l’attacco degli Austriaci; li respinge, marcia alle loro calcagna e si impadronisce della città di Como, dove la popolazione lo accoglie come un liberatore. E’ dopo una battaglia durata tre ore che è riuscito a forzare la difesa di Como. Gli Austriaci sono stati obbligati a ritirarsi verso Monza, sulla strada di Milano. Da tutte le località vicine la popolazione accorre per unirsi all’audace capo dei partigiani, e la bandiera dell’indipendenza è stata piantata da mani italiane. E’ probabile, del resto, che le operazioni di Garibaldi siano collegate a un piano elaborato dal quartier generale, e ciò che dà credito a questa ipotesi è il movimento della divisione Niel che lo segue a distanza con la sua avanguardia.Tutta la Valtellina è insorta pronta a sostenere Garibaldi. Il generale Niel è entrato a Novara e si organizza per congiungersi a lui. Gli eserciti alleati non restano inattivi. Nella giornata del 30 maggio, il re Vittorio Emanuele in persona, dopo aver attraversato la Sesia, si è impossessato di Palestro, dove gli austriaci si erano asserragliati. La conquista di questa postazione è stata preceduta da un combattimento difficile il cui merito appartiene alle truppe sarde. Gli austriaci hanno difeso vigorosamente la loro posizione, ma hanno dovuto cedere davanti alla bravura dei piemontesi che hanno travolto le trincee e affrontato il nemico alla baionetta. Palestro è situato sulla riva sinistra della Sesia, vicino a Vercelli, di fronte a Robbio, che gli austriaci occupano con forze considerevoli. Una sfolgorante battaglia è stata sostenuta anche dal re Vittorio Emanuele con l’aiuto del 3° zuavi. […] (n. 849, 4 giugno 1859).
Corrispondenza dell’Armata d’Italia. Tortona, 21 maggio 1859. Mio caro sig. Paulin, come vi ho già detto, scrivo ogni giorno i fatti e le mie impressioni per darvi le primizie, vada come vada. Quando saranno interessanti tanto meglio per voi lettori, quando invece lo saranno meno, spero che siano lo stesso ben accolte, perché riguardanti la nostra bella e brava armata. I viaggi hanno una grande parte nella nostra vita di corrispondenti militari, ma non sono viaggi da turista che si arrestano dove c’è qualcosa di bello da vedere, quello che portiamo con noi nelle nostre descrizioni e nei nostri disegni sono i ricordi più piacevoli. Noi viaggiamo come viaggiano gli eserciti, cioè in mezzo al rumore, ai canti e soprattutto alla polvere, quando non sguazziamo nei sentieri sconvolti col fango fino alle caviglie. Quando abbiamo visto un contingente che ritorna da un’operazione, da una escursione militare, si crede di vedere una truppa in cammino. E’ un errore. Ciò che non si dice è che sono degli uomini curvi sotto un peso di 30-35 kg. gocciolanti di sudore e bagnati dalla pioggia e, nonostante ciò allegri e felici, come se al termine del loro viaggio li attendesse il meglio di tutta la loro vita; altri bagagli sono portati a dorso di mulo e sui dei carri. […].  Tutto quello che ho descritto è la vita del soldato. Colui di cui una parte dell’esistenza è trascorsa in questa atmosfera eccitante, pressoché indifferente alle piccole vicissitudini quotidiane delle persone tranquille, assorbite dalle loro occupazioni sedentarie. La verità è che questi sono sentimenti ammirevoli del nostro esercito. Presso tutti i popoli il servizio militare è considerato un obbligo, da noi è un punto d’onore di ogni individuo e fa parte della sua identità. Questo gioca un ruolo rilevante illuminato dal sentimento nazionale. […] Un dispaccio telegrafico ci ha fatto sapere che lo scontro della cavalleria sarda del colonnello de Sonnaz è stato condotto mirabilmente. Tale dispaccio non aveva sufficienti parole per descrivere l’ardore di questa valorosa cavalleria, che ha dovuto lottare, all’inizio dell’azione, contro le avanguardie austriache e non ha esitato a caricarle vigorosamente. Il nemico si è saldamente inquadrato e nessuno ha potuto resistere allo slancio di questa cavalleria. La più rilevante di queste cariche è stata quella di ventidue lancieri, condotta dal colonnello Morelli, che ha tagliato uno schieramento austriaco da parte a parte. Undici di questi soldati sono stati uccisi e gli altri undici feriti, e fra loro, il giorno dopo, è morto anche il colonnello Morelli.  Questi atti di coraggio sono propri dei nostri bravi alleati, il cui coraggio conoscevamo già molto bene, e che hanno preso nel cuore del nostro esercito il giusto posto che dà una prova così determinante. La cavalleria austriaca ha anche caricato le nostre truppe sulla grande strada; ma con il meraviglioso istinto di cose di guerra che possiedono i nostri soldati, anche i meno esperti, hanno aperto i loro ranghi per lasciar passare l’ondata e si sono gettati dall’altra parte del fossato che delimita la strada. Da quella parte facevano fuoco sugli squadroni. Si dice anche che in questo momento, in cui l’istinto di sopravvivenza assorbe tutte le facoltà, molti dei nostri soldati hanno ancora la voglia di scherzare, spinta così lontano da fare il gesto così conosciuto dai ragazzi di Parigi che consiste nell’allungarsi il naso per tutta la lunghezza delle dita aperte della mano (marameo).  Dopo cinquantanove anni il piccolo villaggio di Montebello è stato ancora il teatro di un clamoroso successo. E’ in omaggio alla memoria del maresciallo Lannes che si è fatto di questo nome un titolo di gloria che la giovane armata ha saputo conservare intatto.  Abbiamo visto passare qui, due giorni fa, cinquanta prigionieri austriaci, di cui due ufficiali. Andavano a Genova. Ho visto con piacere un senso di tristezza sui loro volti: è una incresciosa situazione quella di un ufficiale fatto prigioniero, quando non è stato raccolto ferito, perché, indipendentemente dal dolore che deve provare nell’essere allontanato dal suo paese e dai suoi affetti, egli ha anche il timore di veder pesare sulla sua reputazione militare un’ombra sgradevole. […] L’imperatore è sempre dove la sua presenza può essere necessaria. Il giorno dopo la battaglia di Montebello S.M. è venuta a vedere il terreno e ha visitato i feriti a Voghera. L’indomani è stato a Valenza; oggi è ritornato a Voghera. Dappertutto dove erano soldati e vedevano il loro augusto capo la loro fiducia era fortificata dalla benevola sollecitudine che egli testimoniava a tutti. (F. Quesnoy, n. 849, 4 giugno 1859)
La guerra d’ Italia. Montebello. Al momento, da quando è terminato il nostro ultimo resoconto, la divisione piemontese Cialdini, all’estrema sinistra degli alleati, sta occupando Vercelli, proteggendo la costruzione di un ponte mobile e riparando un ponte di pietre sulla Sesia, di cui gli austriaci, in ritirata, avevano fatto saltare due archi. L’esercito sardo, sotto il comando del re, si è portato in avanti con le sue avanguardie lungo la riva destra della Sesia, da Vercelli fino alla affluenza nel Po. Le nostre truppe erano concentrate sulla riva destra del Po, dopo Valenza, fino alla confluenza della Staffora. La maggior parte del primo corpo, dopo il 21 maggio, si trova al di là di questo fiume occupando Montebello e Casteggio, dove si è barricata.  […] Su questa linea (Broni – Stradella) gli avamposti si toccano, e se i nostri avversari non si ritirano, quando inizieremo l’offensiva, un nuovo scontro più impegnativo avrà luogo in questo angolo formato dalle due strade di Pavia e di Piacenza, di cui Casteggio è il punto più alto. E’ l’importanza di questo paese che ha determinato l’attacco degli austriaci, che hanno finto che si trattasse di una semplice ricognizione. I nuovi dettagli che si hanno sulla gloriosa battaglia, che ha così ben inaugurato la campagna, dopo i bollettini di Vienna, dicono che le forze austriache erano costituite da quattro brigate, sedici battaglioni di cui due di granatieri e uno di cacciatori, sei squadroni ungheresi di ulani e di ussari.  Esse avevano anche sedici pezzi di cannone più un effettivo di 21.000 uomini. Ogni battaglione di linea è formato da 1.250 soldati, e quello dei cacciatori da 1.000, quello dei granatieri da 850, e poi da 1.000 a 1.100 cavalli. Quindi abbiamo combattuto almeno uno contro due. Il generale Stadion riconosce di aver perduto tra morti, feriti e prigionieri 1.250 uomini, tra cui un generale di brigata e un colonnello. Le nostre perdite, comprese quelle della brigata piemontese, tra morti e feriti arrivano a più di 700 uomini.  […] In un paese coperto di vegetazione, canali e fossi come il Piemonte e la Lombardia, la cavalleria non è determinante, mentre le armi di precisione acquistano un’importanza che annulla quasi quella dell’artiglieria. In questa guerra di tiratori, dove si combatte inevitabilmente a piccola distanza, la precisione del tiro dei fanti e le cariche alla baionetta sono decisivi. […] Gli austriaci non hanno ancora cominciato le loro operazioni in Toscana.  Le truppe modenesi, dopo un attacco abbastanza molle contro Carrara, difesa dai toscani e dai piemontesi, inizialmente hanno ripiegato su Aulla e Fivizzano, poi dietro gli Appennini. La bandiera dell’indipendenza italiana sventola di nuovo in Lunigiana e nei distretti montani della Garfagnana, e il generale Ribotti è entrato a Parma con le truppe toscane. Quelle della duchessa si sono ritirate senza combattere. In Toscana si organizzano gruppi di volontari romagnoli, che arrivano in gran numero, malgrado gli intralci creati loro dalle autorità pontificie e soprattutto dal clero, generalmente ostile alla causa dell’indipendenza. A Cesena un conflitto sanguinoso è scoppiato tra i soldati chiamati svizzeri, ma in gran parte tedeschi, e i volontari che stavano partendo, per cui alcuni di questi sono stati richiamati dagli ufficiali svizzeri come appartenenti al loro corpo. Garibaldi, dopo aver liberato il Ticino a Sesto Calende, dove questo fiume esce dal Lago Maggiore, e, lasciato un distaccamento per proteggere questo punto di passaggio, si dirige verso Varese, città di 8.000 abitanti situata ai piedi delle montagne, a 55 km a nord ovest di Milano, dove è entrato senza resistenza il 23 maggio. A Varese, dove la bandiera tricolore italiana è stata issata con entusiasmo dalla popolazione e dove si stanno reclutando numerosi volontari, ha respinto, dopo un accanito combattimento, un attacco degli austriaci venuti da Como, poi si è messo in marcia prendendo a sinistra. Questo ardito partigiano ha fiancheggiato la frontiera svizzera fino all’altezza di Chiasso, dove ha girato a destra per Borgo Vico, poi su Como che ha occupato il 27 sera dopo uno scontro assai vivace. […]  (Joubert, n. 849, 4 giugno 1859).
Palestro, 30 maggio 1859. Questa mattina, di buon’ora, tutto il 3° corpo era sulla riva sinistra del Po. Tre strade conducono a Prarolo; ciascuna delle divisioni ne ha presa una. Nella parte sinistra il terreno non assomiglia per nulla a quello della riva destra del fiume, i canali si moltiplicano, si incrociano in tutte le direzioni per facilitare le irrigazioni. Fra questi canali si estendono delle grandi risaie coperte d’acqua, che rendono impraticabili per tutte le truppe queste superfici sommerse; i passaggi sono sinuosi e sembrano essere stati fatti posteriormente ai canali, e ne seguono l’andamento. Attraversiamo dei villaggi che qualche giorno fa erano in mano agli austriaci, e bisogna riconoscere che di loro non è rimasto un bel ricordo negli abitanti. Dappertutto ci viene segnalata qualche loro azione biasimevole e le brave popolazioni si lamentano ancora delle distruzioni e dei cattivi trattamenti ricevuti. […] Le divisioni sono accampate intorno al villaggio e per quanto possibile fuori dai terreni coltivati. Il nemico ci aveva preparato questo terreno: noi abbiamo usato i bivacchi che avevano occupato qualche giorno prima e abbiamo trovato protezione nei ripari di fogliame fatti da loro. Durante tutto il pomeriggio abbiamo sentito il cannone a una certa distanza; il rumore degli spari stessi ci arrivava a intervalli; più tardi abbiamo appreso che la divisione Cialdini, che aveva lasciato al mattino Vercelli, operava contro il villaggio di Palestro, a circa 4 o 5 km da Prarolo. Questa divisione veniva per cacciare il nemico che era molto arretrato. Da qualche dettaglio che ci è stato comunicato, possiamo dire che questa azione ha dato lustro alle truppe impegnate. Gli austriaci facevano ogni giorno delle ricognizioni vicino a Vercelli. Soprattutto la necessità di una posizione che permettesse al 3° corpo il passaggio della Sesia, convinse il re ad attaccare il villaggio di Palestro. Perciò un battaglione fu lanciato attraverso la strada di Vercelli, e, arrivato all’ingresso della città, si barricò. Altri battaglioni furono subito mandati avanti e con loro dei bersaglieri. Così rinforzati i piemontesi fecero irruzione all’interno della città dove trovarono un gran numero di case barricate. Malgrado un fuoco intenso si spinsero fino all’estremità opposta, mentre altre truppe circondavano dal di fuori il villaggio impedendo così la ritirata, presero anche due pezzi d’artiglieria e un gran numero di prigionieri. I bersaglieri soprattutto erano stati molto intraprendenti in questo attacco, ma restava ancora da fare l’assedio delle case fortificate. Fu una guerra corpo a corpo molto cruenta perché, sia da una parte che dall’altra, c’era un accanimento estremo. Le case occupate furono distrutte e ci furono molte vittime. In una di queste, occupata da una ventina di soldati di origine italiana al servizio dell’Austria, non fu fatto nessun prigioniero, ma furono passati tutti per le armi dagli assalitori esasperati. Ciò che ha portato al colmo l’esaltazione dei bersaglieri è che in mezzo ai reggimenti che difendevano Palestro ce n’era uno ripiegato in una delle province austriache dell’Italia, i quali non opposero che una blanda resistenza. In fondo, non si può biasimare i bersaglieri d’aver fatto nobilmente il loro mestiere di soldati, poiché si comprende che degli uomini che si battono per l’indipendenza del loro paese sono portati a dei terribili eccessi contro i soldati della stessa origine, i quali dovrebbero avere lo stesso desiderio di libertà, ma in realtà non lo hanno.  La notte tra il 30 e il 31 fu impiegato da parte dei genieri a gettare un ponte sui due rami della Sesia. Il mattino successivo le tre divisioni del 3° corpo si ammassarono successivamente sulla riva sinistra del fiume e lo attraversarono. Ci si può immaginare la quantità di bagagli e di materiali necessari ad un esercito, se si pensa che per fare un ponte occorrano 30 o 40 battelli, molte carrozze trainate da sei cavalli ciascuna e molti altri carri riempiti con passerelle e pontili. Il gettare un ponte è una cosa bella e interessante. I battelli vengono svuotati sulla riva e mandati il primo al posto che gli compete, per gli altri successivamente si risale il fiume, e dopo aver gettato l’ancora, si discende la corrente affiancandosi al primo battello; si procede così per tutti e si fissano tra loro mediante delle putrelle e dei cavi, poi si piazza la passerella costituita da delle tavole da 8 a 10 cm di spessore, e si termina con le spallette e le rampe; due ore sono sufficienti per piazzare un ponte di 12 battelli. Sui tre bracci della Sesia sono stati gettati tre ponti costituiti da 29 battelli e preparato, per mezzo di fascine, una passerella nelle zone paludose della riva sinistra. Al momento del nostro passaggio è iniziato uno scontro che potrebbe essere di notevole entità, e che vi racconterò successivamente in dettaglio. ( F. Quesnoy, n.850, 11 giugno 1859)
Palestro, 1° giugno 1859.Mio caro sig. Paulin, la brillante battaglia di Palestro è troppo importante perché sia frammessa ad alcune informazioni insignificanti che vi do spesso relativamente alle nostre operazioni e ai nostri spostamenti. […] Mentre questo accanito combattimento avveniva alla nostra estrema destra, il generale Cialdini respingeva gli austriaci che avevano attaccato il centro dell’esercito piemontese. All’inizio dell’azione i bersaglieri, che inizialmente erano dietro le ultime difese che tagliavano la strada da Palestro a Robbio, si portarono in avanti seguiti dalle truppe di linea. Gli austriaci avevano concentrato le loro forze attorno a una fattoria che occupavano e che divenne il teatro di un accanito combattimento. Molte volte questa posizione fu presa e ripresa, poi restò definitivamente all’esercito piemontese, che respinse il nemico molto lontano. Il generale Fanti aveva fatto la sua operazione militare nella stessa giornata. Il nemico, pur di dividere le nostre forze, attaccò a sua volta su tutta la linea portando il grosso del suo esercito sulla nostra destra. La seconda divisione sarda riportò un successo uguale a quello della quarta divisione comandata dal generale Cialdini. Le nostre perdite, in questa giornata, non sono state considerevoli, in rapporto all’importanza dell’azione. Malgrado le enormi difficoltà che gli zuavi hanno superato e il fuoco violento della mitraglia diretta su di loro, essi non ebbero che 260 uomini tra morti e feriti, tra cui qualche ufficiale. Le truppe piemontesi non hanno subito delle grandi perdite, ma quelle del nemico sono enormi rispetto alle nostre. In questi attacchi impetuosi e alla baionetta il vantaggio è stato dalla parte degli assalitori perché, quando si ha una motivazione vigorosa per scagliarsi sul nemico, è più facile raggiungere il successo. E’ per questo motivo che i nostri zuavi arrivarono a un così alto grado di valore militare che non debbono più essere denigrati. Si stima che un migliaio di austriaci sia morto precipitando nel fiume e che un numero simile di uccisi e feriti sia rimasto sul luogo del combattimento e sul terreno che gli zuavi hanno percorso al di là del ponte, inseguendo il nemico nella ritirata. Più di mille prigionieri sono stati condotti a Palestro due ore dopo il combattimento e sono stati portati immediatamente a Vercelli. Otto pezzi di cannone e una grande quantità di armi sono i trofei di questa bella giornata. Non posso narrarvi niente riguardo l’aspetto del campo di battaglia; è uno dei nostri ricordi più duri da rimuovere. In certi posti il terreno era coperto da resti austriaci, da zaini, da elmetti, da armi, da cartucciere. Sembrava che si fossero liberati di tutto quello che poteva appesantirli nella loro fuga. Questi grandi campi di battaglia dell’Impero, dove sono accumulati cadaveri di uomini, di cavalli, armi spezzate, danno un’idea di quanto siano stati violenti gli scontri. Ma ciò che c’è di commovente sono le scene della raccolta dei feriti, nelle quali gli stessi uomini che avevano appena ucciso dei nemici e che avevano essi stessi rischiato la vita, vengono con tenerezza a raccogliere chi soffre, dandogli da bere come farebbe una sorella, e si prodigano con delle parole affettuose pronunciate con voce dolce e rasserenante. Ho visto due zuavi, con il fucile a tracolla, sollevare un giovane austriaco ferito. Queste due brutte facce abbronzate dal sole, che portano ancora intorno alle labbra i segni neri delle cartucce strappate un istante prima, si piegano maternamente su un giovane biondo e lo accarezzano sulle mani e sulle guance dicendogli: ”Non è niente. Vah! Presto guarirai.”  Si commuovevano sinceramente prendendo mille precauzioni per sollevarlo senza farlo soffrire. Questa è una delle caratteristiche dei nostri soldati, così efficienti e generosi. Essi sono veementi nell’azione e di una dolcezza commovente quando, nei confronti dei feriti, hanno soltanto sentimenti fraterni. Sareste stato felice come me nel vedere, un istante fa, dodici o quindici zuavi impegnati a portare al re un pezzo di cannone. Erano magnifici a vedersi, uno soprattutto, con la fronte attraversata da una benda, che spingeva una ruota con la mano fieramente appoggiata sul pezzo, di cui sembrava reclamare una parte come premio per il sangue versato.
Attacco e conquista del ponte di Magenta da parte del generale Vinoy. La divisione del generale Vinoy, ricevuto l’ordine il 4 giugno, avanza per sostenere le truppe impegnate, costringendo il nemico a dividere le sue forze considerevoli riunite contro gli assalitori, il cui numero era appena di 2-3000 uomini. Il generale Vinoy, accorso sotto Magenta, con una marcia molto rapida, si presenta ad ovest del villaggio. Dispone sull’argine destro del canale il 2° e 3° battaglione dell’85° di linea, e il 1° battaglione sull’argine sinistro; poi lancia le sue truppe contro il villaggio del ponte di Magenta, mentre il 6° battaglione dei cacciatori a piedi e il 52° di linea, portandosi sotto il villaggio sbuca in prossimità della fattoria di Mainassa. Il nemico, barricato nelle sue case e giardini, oppone all’attacco delle nostre truppe una resistenza ostinata, ma il 1° battaglione dell’85° di linea, guidato dal generale de la Charrière, dal luogotenente colonnello Bigot e dal comandante Delort, si slancia alla baionetta al grido di “Viva l’Imperatore!”, penetra nel villaggio nemico facendo più di 200 prigionieri. (F., n 851, 18 giugno 1859)
Corrispondenza d’Italia. Milano, 9 giugno 1859. Mio caro sig. Paulin, […] Durante questi tempi il 2° corpo e la divisione degli assaltatori della guardia sono arrivati davanti a Magenta, un grande paese nel quale il nemico aveva preparato le basi per una lunga resistenza e questo luogo diviene presto il teatro di una lotta delle più cruente. La divisione degli assaltatori della guardia restò di scorta, mentre le divisioni del 2° corpo erano impegnate l’una dopo l’altra; più tardi portò il suo aiuto per sbaragliare, strada per strada e quasi casa per casa questa, forte postazione, la quale, come le altre, fu presa e ripresa, più volte di seguito. E’ in una di queste azioni offensive che un nostro generale, per portare avanti i suoi uomini tenendo sempre la prima posizione, fu colpito il generale Espinasse, come era stato per il generale Cler all’attacco del ponte. Egli dirigeva la sua divisione nelle strade ingombre di Magenta, quando molte pallottole furono sparate verso una casa. Lo colpirono in pieno petto e lo uccisero sul colpo. Il suo ufficiale di ordinanza, sig. Froidefond, fu ucciso anch’esso vicino a lui. Questi combattimenti nelle strade sono sempre mortali. Il nemico, rintanato nelle case e al riparo dai colpi, tiene saldamente la posizione. Da parte nostra una specie di rabbia si impossessa dei soldati, che morirebbero piuttosto che lasciar campo libero al nemico, e, quando una breccia è stata praticata, la baionetta fa il suo terribile lavoro e copre di morti e feriti il luogo della battaglia. La divisione degli assaltatori della guardia era intervenuta alla fine dell’azione per concluderla definitivamente; si è installata, con il 2° corpo nel villaggio e ha tenuto, durante la notte, le posizioni, che potevano essere minacciate da un ritorno offensivo del nemico. Dopo la conquista di Magenta, tutto l’interesse della battaglia si è portato alla sinistra del nemico, dove aveva concentrato delle forze considerevoli e con un contingente agiva sulla sponda destra del Naviglio. Aveva l’intenzione evidente di impossessarsi della scarpata della ferrovia per controllare la strada e, forse, intercettare le nostre comunicazioni con il resto dell’esercito. Il momento era pressante, la nostra destra quasi sopraffatta. Era necessario che arrivassero dei rinforzi il più presto possibile per occupare la posizione da cui il nemico ci minacciava di già. Gli ostacoli nella strada avevano reso difficile la marcia del 3° corpo e ritardato l’ora del suo arrivo, ma, da quando la 1° divisione poté accelerare il passo, lo fece, e la brigata Picard venne a occupare le colline su cui l’attendeva un fuoco mortale. La brigata Jannin la seguì immediatamente e, con il suo aiuto, fu possibile coprire la destra della nostra linea di combattimento e offrire al nemico una resistenza sufficiente fino all’arrivo di nuove truppe. La divisione Vinoy del 4° corpo prese così parte all’azione che avveniva davanti al villaggio del ponte di Magenta. Il maresciallo Canrobert, che arrivò in questo momento, si portò allora in avanti alle linee per conoscere il terreno in cui doveva operare e, dopo aver indicato a ciascun capo il ruolo che doveva ricoprire, marciò verso il villaggio saldamente occupato in tutte le sue parti. Il ponte che divide in due gruppi le case del villaggio era stato distrutto, e, dalle case della riva sinistra, un fuoco incessante proteggeva il nemico da un attacco sulla riva destra. A più riprese bisognò ritornare alla carica per impadronirsi delle case merlate e delle strade barricate con degli alberi. Non era che una parte delle operazioni: la nostra destra era coperta in questo punto; ma il corpo austriaco, che marciava sulla sponda destra del Naviglio, tendeva ancora a chiuderci e minacciava il fianco sinistro della divisione che agiva contro il villaggio. Bisognò allora operare direttamente e, concentrandosi a destra, presentarsi di fronte al nemico e ingaggiare una nuova battaglia al centro delle vigne, dei campi di grano, in un terreno ostile coperto anche di altre coltivazioni e di alberi. Più volte ancora, da una parte e dell’altra, si ebbero degli attacchi fino a quando, infine, arrivarono delle nuove truppe della 2° divisione, si poté allora allontanare definitivamente il nemico e prendere possesso del villaggio del Ponte di Magenta. Faceva buio pesto quando la divisione Trochu occupò la postazione. L’aspetto del villaggio del ponte di Magenta e del terreno circostante era il più raccapricciante che si possa immaginare.  Brandelli umani, armi fracassate, vestiti lacerati, le belle colture schiacciate, abbattute al suolo come se fossero state falciate. Non si vede niente di tutto questo nell’ebbrezza dell’azione, ma, dopo, il cuore si commuove alla vista di questa devastazione. Che la responsabilità ricada su colui che ha provocato tutti questi dolori e queste miserie! Il risultato di questa battaglia è andato oltre le previsioni. Il nemico non ha perso meno di 25.000 uomini, di cui 6-7.000 prigionieri, 2 bandiere e una straordinaria quantità di armi. Le nostre perdite sono molto meno; esse non superano i 4.000 tra uccisi e feriti: è poco per l’importanza dell’azione. Ma queste vittorie hanno fatto versare qualche lacrima. Fra le perdite contiamo dei capi ben conosciuti per il loro valore e verso i quali i soldati avevano fiducia: i generali Espinasse, Cler, il colonnello de Senneville, capo di stato maggiore del maresciallo Canrobert; il colonnello del 90° di linea, e degli ufficiali che avrebbero potuto avere un avvenire brillante. E’ il ruolo delle armi di precisione di cercare i capi, e malgrado questa certezza, noi non obietteremmo certamente niente se i nostri ufficiali imitassero quelli austriaci i quali depongono le insegne dei loro gradi per non essere riconosciuti. Nel nostro esercito, l’orgoglio del grado è così forte che nessuno lo nasconderebbe neanche di fronte a un pericolo imminente.  (F. Quesnoy, n. 852, 25 giugno 1859)
Massacro della famiglia Cignoli. Circolare del sig. Cavour. Pubblichiamo la circolare seguente indirizzata dal conte Cavour alle legazioni sarde, che denuncia un fatto di una atrocità e infamia che non ha bisogno di commenti, da cui l’opinione pubblica è particolarmente colpita per la condotta degli austriaci.  12 giugno. Signore, da un dispaccio circolare precedente ho avuto l’onore di far conoscere alle legazioni di sua maestà gli atti di saccheggio a cui si è abbandonato l’esercito austriaco, nelle provincie sarde che aveva occupato. Devo ora informarvi di una inchiesta giudiziaria ordinata dal governo a tale riguardo. Questa inchiesta proverà che l’Austria ha brutalmente violato le leggi della guerra e che la condotta delle sue truppe non è quella che distingue le nazioni civilizzate. I risultati di questa inchiesta saranno a tempo debito comunicati alle legazioni. Ma c’è oggi un fatto che è stato legalmente constatato dall’autorità giudiziaria e che devo segnalare al giudizio dei governi dell’Europa intera. Pubblicato dalla stampa non sarebbe stato creduto; il governo deve farlo conoscere e garantire l’esatta verità. Il 20 maggio, il giorno stesso della battaglia di Montebello, verso le 11 del mattino, le truppe austriache erano accampate sulle alture di Torricella, piccolo comune della provincia di Voghera. Una pattuglia, dopo aver fermato l’usciere del tribunale che aveva incontrato sul suo tragitto e averlo forzato a servir loro da guida, entrò nel villaggio e penetrò nella casa degli agricoltori Cignoli. Lì, dopo una perquisizione minuziosa in tutte le parti dell’abitazione, da parte dei soldati fu dato ordine, a tutti i membri della famiglia Cignoli e a tutte le persone che si trovavano per caso nella corte della fattoria, di seguirli. La perquisizione aveva fatto scoprire, nella casa, una piccola fiasca di cuoio con una quantità minima di piombini da caccia. Da notare che le persone arrestate erano nove: Cignoli (Pietro), di 60 anni; Cignoli (Antonio), 50 anni; Cignoli (Gerolamo), 35 anni; Cignoli (Carlo) 19 anni; Cignoli (Bartolomeo) 17 anni; Setti (Antonio) 26 anni; Riccardi (Gaspare), 48 anni; San Pellegrin (Ermenegilda), 14 anni; Achille (Luigi), 18 anni. C’erano anche un vecchio di 68 anni e un bambino di 14. La pattuglia li condusse davanti al comandante austriaco che si trovava sulla strada grande, a cavallo, in mezzo alle sue truppe. Dopo aver scambiato qualche parola in tedesco con i soldati che conducevano questi prigionieri, il comandante disse all’usciere, che era servito da guida, di restare al suo posto, poi ordinò ai nove sfortunati contadini che non sapevano farsi capire, e che tremavano in tutte le loro membra, di scendere per un sentiero che costeggiava la strada. Avevano appena fatto qualche passo che il comandante dette, a un plotone allineato sulla strada, l’ordine di fare fuoco. Otto di questi disgraziati caddero morti stecchiti; il vecchio Cignoli, ferito mortalmente, non dette più segno di vita. Le truppe austriache si rimisero in marcia, e il comandante, girandosi verso l’usciere, gli disse che poteva andarsene, e, affinché non gli accadesse di essere preso dalle truppe che erano ancora nei paraggi, gli dette un biglietto che doveva presentare nel caso ne avesse avuto necessità, e che gli sarebbe servito da salvacondotto. Si trattava di un biglietto da visita che portava, sotto la corona di conte, il nome di Feldmaresciallo luogotenente Urban. Questa carta figura nel dossier dell’inchiesta. Un po’ di tempo dopo, gli abitanti delle zona si avvicinarono alla zona dove aveva avuto luogo questa spaventosa carneficina. Il vecchio Cignoli, che aveva ripreso conoscenza, fu trasportato all’ospedale di Voghera, dove morì cinque giorni dopo. Delle atrocità simili non hanno bisogno di commenti. E’ avvenuto là un assassinio vigliacco e feroce, di cui si potrebbe tutt’al più trovare degli esempi tra i barbari a i selvaggi. Siete pregato, signore, di far avere questa missiva al ministro degli esteri del governo vicino al quale siete accreditato, vi prego, nello stesso tempo, di gradire, ecc …. (n.852, 25 giugno 1859).
Bollettino della battaglia di Solferino. Quartier generale di Cavriana, 28 giugno 1859 . […] In mezzo alle peripezie di questa battaglia di dodici ore, la cavalleria è stata di grande aiuto per arrestare gli sforzi del nemico dalla parte di Casa Nova. A più riprese le divisioni Partouneaux e Desvaux hanno caricato la fanteria austriaca e rotto le sue fila. Ma è soprattutto la nostra nuova artiglieria che ha prodotto sul nemico gli effetti più terribili. I suoi colpi riuscivano a raggiungere delle distanze da cui anche le armi di più grosso calibro erano impotenti a rispondere, e la piana si è ricoperta di cadaveri. Il 4° corpo ha sottratto agli Austriaci una bandiera, sette cannoni e fatto duemila prigionieri. Da parte sua, l’armata del re, piazzata alla nostra estrema sinistra, ha avuto ugualmente la sua faticosa e bella giornata. Essa avanzava, forte di quattro divisioni, nella direzione di Peschiera, di Pozzolengo e della Madonna della Scoperta, quando, verso le sette del mattino, tra San Martino e Pozzolengo, la sua avanguardia ha incontrato gli avamposti nemici.  E’ iniziata la battaglia; ma dei grandi rinforzi austriaci sono accorsi e hanno fatto arretrare i Piemontesi fino a oltre San Martino, facendo loro correre il rischio di rompere la linea di ritirata. Una brigata della divisione Mollard è arrivata di fretta sul luogo della battaglia ed è salita all’assalto delle alture su cui si era appena rifugiato il nemico. Due volte ha raggiunto la sommità e si è impadronita di numerosi pezzi di cannone; ma altrettante volte è dovuta arretrare e abbandonare la sua conquista. Il nemico guadagnava terreno, malgrado alcune eccezionali cariche della cavalleria del re, quando la divisione Cucchiari, sbucando sul campo di battaglia dalla strada di Rivoltella, è venuta a dare manforte al generale Mollard. Le truppe sarde si sono lanciate una terza volta sotto un fuoco feroce; la chiesa e tutti i cascinali sul lato destro sono stati spazzati via, e otto pezzi di cannone sono stati sottratti; ma il nemico è riuscito ancora a riconquistarli e a riprendere le proprie posizioni. In quel momento, la seconda brigata del generale Cucchiari, che si era schierata in formazione di attacco a sinistra della strada di Lugana, ha marciato contro la chiesa di San Martino, ha guadagnato di nuovo il terreno perduto, e conquistato per la quarta volta le alture, senza tuttavia riuscire a restarne in possesso; perché, sotto il fuoco della mitraglia e posti di fronte ad un nemico a cui arrivavano incessantemente rinforzi e ritornavano sempre alla carica, non ebbero il tempo di aspettare il soccorso che stava loro portando la seconda brigata del generale Mollard, così, stremati, si sono ritirati in buon ordine sulla strada di Rivoltella. E’ stato allora che la brigata d’Aosta, della divisione Fanti, che per prima cosa si era portata verso Solferino per aiutare il maresciallo Baraguey d’Hilliers, è stata inviata dal re a sostenere i generali Mollard e Cucchiari nell’attacco di San Martino. E’ stata fermata da una tempesta per poco tempo, ma, verso le cinque del pomeriggio, questa stessa brigata, assieme alla brigata Pignerol, supportate da una forte artiglieria, sono avanzate verso il nemico sotto un fuoco terribile e hanno raggiunto le colline. Se ne sono impadronite palmo a palmo, cascinale per cascinale, e sono riuscite a mantenere la postazione combattendo con accanimento. Il nemico ha cominciato a ritirarsi e l’artiglieria piemontese, conquistando le cime, ha potuto presto arricchirsi di 24 pezzi di cannone che gli Austriaci hanno cercato invano di portar via: due brillanti cariche di cavalleria del re le hanno disperse; la mitraglieria ha portato lo scompiglio nei loro ranghi, e le truppe sarde sono state infine piegate a causa delle formidabili posizioni che il nemico è riuscito a difendere per una giornata intera e con molto accanimento. In un altro luogo la divisione Durando era rimasta alle prese con gli austriaci dalle cinque e mezzo del mattino.  A quest’ora la sua avanguardia aveva incontrato il nemico a Madonna della Scoperta e le truppe sarde avevano resistito fino a mezzogiorno gli sforzi di un nemico superiore per numero, che li aveva infine obbligati a ritirarsi; ma, rinforzati dalla brigata di Savoia, hanno ripreso l’offensiva e, respingendo gli austriaci a loro volta, si sono impadroniti di Madonna della Scoperta. Dopo questo primo successo il generale La Marmora ha diretto la divisione Durando verso San Martino, dove non è potuto arrivare in tempo per partecipare alla presa della posizione perché ha incontrato sulla sua strada una colonna austriaca, con la quale ha dovuto combattere per aprirsi il passaggio, e quando è riuscita a superare questo ostacolo il paese di San Martino era in mano dei Piemontesi. Il generale La Marmora aveva diretto, dall’altra parte, la brigata del Piemonte della divisione Fanti verso Pozzolengo. Questa brigata ha eliminato, con grande vigore, le posizioni del nemico prima del paese, e, impadronendosi di Pozzolengo dopo un acceso attacco, ha respinto gli austriaci e li ha inseguiti fino ad una certa distanza, facendo loro subire gravi perdite. Le perdite dell’armata sarda sono state sfortunatamente considerevoli: non sono state inferiori a 49 ufficiali uccisi, 167 feriti, 642 sottufficiali uccisi, 3.405 feriti, 1.458 uomini dispersi. In totale 5.525 uomini assenti all’appello. Almeno cinque cannoni erano restati nelle mani dell’armata del re come trofeo di questa sanguinosa vittoria, che aveva riportato sopra un nemico numericamente superiore, che poteva contare su almeno dodici brigate. Le perdite dell’armata francese hanno raggiunto la cifra di 12.000 soldati uccisi o feriti, di 720 ufficiali fuori combattimento, di cui 150 uccisi. Tra i feriti si contano i generali Ladmirault, Forey, Auger, Dieu e Douay; sette colonnelli e sei luogotenenti sono stati uccisi. Le perdite dell’armata austriaca non hanno potuto essere ancora stimate, ma sono sicuramente considerevoli, a giudicare dal numero di morti e feriti che hanno abbandonato su tutta l’estensione del campo di battaglia, che ha un fronte di almeno 5 leghe; hanno lasciato nelle nostre mani trenta cannoni, un gran numero di cassoni, quattro bandiere e 6.000 prigionieri. La resistenza che il nemico ha opposto alle nostre truppe nel corso di sedici ore può avere una spiegazione nel vantaggio che gli dava la superiorità numerica e le posizioni quasi inespugnabili che era riuscito a raggiungere. Del resto era la prima volta che le truppe austriache combattevano sotto gli occhi dei loro sovrani, e la presenza dei due Imperatori e del re rendeva la lotta più accanita e quindi anche più incisiva. In diverse riprese la gragnuola di proiettili del nemico ha colpito nei ranghi della stato-maggiore e della scorta che seguivano Sua Maestà. Alle nove della sera si sentiva ancora, in lontananza, il rumore del cannone che incalzava la ritirata del nemico, e le nostre truppe accendevano i fuochi del bivacco sui campi di battaglia che avevano così gloriosamente conquistato. Il frutto di questa vittoria è stato l’abbandono, da parte del nemico, di tutte le postazioni che aveva allestito sulla riva destra del Mincio per difendere il proprio terreno. Dopo le ultime informazioni ricevute, l’armata austriaca, demoralizzata, sembrava perfino rinunciare a difendere il passaggio del fiume e si ritirava su Verona. Cimitero di Solferino – Prelevamento delle armi abbandonate dagli Austriaci nel cimitero di Solferino, dopo la battaglia. Il rapporto del maresciallo Baraguey d’Hilliers testimonia la resistenza ostinata che una parte di austriaci, barricati nel cimitero di Solferino, si sono per lungo tempo opposti alle nostre colonne. Questo luogo è stato teatro di una lotta accanita, e si è dovuto ricorrere a delle maniere forti per vincere. Ecco in quali termini il maresciallo rende conto di questo episodio della presa di Solferino: “Il cimitero era di ostacolo ai nostri sforzi. Comprendendo che era indispensabile eliminare questo intoppo, detti ordine di aprire una breccia portando allo scoperto, a 300 metri dal muro, in una postazione molto pericolosa, una batteria d’artiglieria del 10° reggimento, comandata dal Sig. Capitano Canecaude. La semibatteria di montagna e altre parti di divisione concentrarono il loro tiro nella medesima direzione.  E, sotto un fuoco diretto e considerevole, le mura del cimitero, delle case e del castello furono molto danneggiate, e l’artiglieria nemica della collina dei Cipressi neutralizzata dall’artiglieria del generale Forey e dalla nona batteria del 10° reggimento della terza divisione. Il generale Bazaine fece lanciare sul cimitero il terzo battaglione del 78°, comandato dal capo di battaglione Lafaille, e fece suonare e dare la carica delle due divisioni. Tutte le truppe si lanciarono e si impadronirono del villaggio e del castello, nel momento stesso in cui prima divisione appariva sulla sommità della torre e nel bosco dei Cipressi.”I fuochi diretti contro il cimitero sono stati molto feroci. L’indomani, quando il nostro corrispondente ha fatto il rilievo del luogo, i nostri soldati erano occupati a prendere gli effetti abbandonati dal nemico. In base alle armi trovate si sono potute valutare come enormi le perdite che essi hanno dovuto subire. ( V. P., , n. 854, 9 luglio 1859).
Armistizio di Villafranca. Storia della settimana. Mentre l’armata francese, giustamente fiera dei suoi successi, sentiva passare tra le sue fila il soffio delle vittorie, e l’armata austriaca, prostrata dalle sconfitte, sembrava abbandonarsi a uno sconforto precursore di una disfatta inevitabile; mentre l’ impazienza pubblica, anticipando gli avvenimenti, contava di venire presto a conoscenza del fatto che il nemico era ancora stato respinto verso le sue ultime trincee italiane, due notizie inattese vennero a portare stupore e gioia in tutti i cuori. Appena l’annuncio di un armistizio portato a termine grazie all’iniziativa dell’Imperatore aveva fatto il giro di un’Europa attenta, le speranze pacifiche concepite per un tempo più o meno lungo erano superate dal dispaccio successivo, affisso martedì in tutta Parigi: “Valeggio, 11 luglio 1859. “La pace è firmata tra l’Imperatore d’Austria e Me. “Le basi della pace sono: “Confederazione italiana sotto la presidenza del Papa.
“L’imperatore d’Austria conserva la Venezia, ma essa fa parte integrante della Confederazione italiana. “Amnistia generale.” Questa soluzione precipitosa ha molto più sorpreso, in quanto si conoscevano le intenzioni delle potenze, che stavano per presentare delle proposte per una risoluzione in comune degli affari italiani. Lord John Russell è stato sfortunato nella seduta che ha preceduto la notizia della pace, annunciando che l’armistizio, concluso ad uno scopo puramente militare, lasciava alle potenze neutre cinque settimane per far conoscere i loro consigli ai belligeranti. In più è stato sul punto di essere obbligato a contraddirsi, esponendo, come potrà, la circolare che ha appena spedito alla Prussia, nella quale insiste nella promessa formale fatta dall’Imperatore al ministero di Saint-James, di non fare una pace particolare con l’Austria, ma di portare l’affare di fronte a un congresso, che lo comporrebbe definitivamente. Tutto sommato è difficile, in questo momento, discutere sulle condizioni così come le abbiamo esposte sopra. Il pubblico è stato sorpreso di vedere il Papa presidente della Confederazione italiana, essendo, questa importante funzione, incompatibile con il sistema del governo in vigore nello Stato della Chiesa. Si garantisce che il Signore di Cavour, che aveva preso alla lettera l’intervento francese in Italia, e che passa per aver organizzato il mezzo di realizzarne il successo, ha dato le sue dimissioni. Ci si domandava anche quali erano quelli che stavano per diventare i ducati che hanno domandato l’annessione alla Sardegna, annessione che è stata accettata dal re Vittorio-Emanuele.  Si sa adesso che i ducati sono stati restituiti ai loro principi. A Napoli ha avuto luogo una rivolta militare, causata da un cambiamento della bandiera imposto a un reggimento svizzero. E’ stato dato ordine di mitragliare i soldati che lo componevano, accerchiati nel Campo di Marte, ai quali era stato intimato di deporre le armi e che avevano risposto a questa intimazione con una scarica. Venti di loro sono stati uccisi e settanta feriti. La città non ha partecipato a nessuno di questi moti. […] (V.Paulin, , n.855, 16 luglio 1859).
 Storia della settimana. Non abbiamo alcuna nuova informazione che possa chiarire la situazione politica determinata in Europa dalla pace di Villafranca. Il Journal de Mayence ha pubblicato il testo originale dei preliminari di pace concordati tra i due Imperatori. Ecco questo documento, che, come pure gli altri giornali, riproduciamo con le debite riserve: Tra l’Imperatore d’Austria e l’imperatore dei Francesi è stato convenuto quanto segue: I due sovrani favoriranno la creazione di una confederazione italiana. Questa confederazione sarà sotto la presidenza onoraria del Papa. L’Imperatore d’Austria cede all’Imperatore dei Francesi i suoi diritti sulla Lombardia, ad eccezione delle fortezze di Mantova e Peschiera, in modo che la frontiera dei possedimenti austriaci partirebbe dal raggio estremo della fortezza di Peschiera e si estenderebbe in linea retta lungo il Mincio fino a Grazio; da là fino a Scorzarolo e Luzana al Po, da dove le frontiere attuali continuerebbero a formare i confini dell’Austria. L’Imperatore dei Francesi consegnerà il territorio ceduto al re di Sardegna. La Venezia farà parte della confederazione italiana, pur restando sotto la corona dell’Imperatore d’Austria. Il Granduca di Toscana e il Duca di Modena rientrano nei loro stati concedendo una amnistia generale. I due Imperatori domanderanno al Santo Padre di introdurre nei suoi stati delle riforme indispensabili. Un’amnistia piena e intera da una parte e dall’altra è accordata alle persone compromesse in occasione degli ultimi avvenimenti nei territori delle parti belligeranti. Villafranca, 11 luglio 1859 […] (V. Paulin, n. 857, 30 luglio 1859) Conferenza di Zurigo. Storia della settimana. La conferenza di Zurigo ha terminato i suoi lavori il 10 novembre. Gli atti dei plenipotenziari di Francia, d’Austria e di Sardegna comprendono tre trattati redatti conformemente alle disposizioni dei preliminari di Villafranca. Il primo, concluso tra la Francia e l’Austria, conferma la cessione della Lombardia alla Francia, a delle condizioni che sono la conseguenza immediata di questa alienazione. Il secondo trattato trasferisce alla Sardegna, alle stesse condizioni, il diritto risultante dal trattato precedente a vantaggio della Francia. Infine la terza ristabilisce la pace tra la Francia, l’Austria e la Sardegna. Non si conosce ancora il tenore di questi atti, ma un dispaccio-circolare del Sig. Ministro degli esteri francese, ai diplomatici del governo imperiale, in data 5 novembre, ne indica lo spirito e le disposizioni principali. I plenipotenziari dovevano mantenersi strettamente all’interno delle stipulazioni che sono servite da base al trattato del mese di luglio. Le loro discussioni non dovevano riguardare che delle questioni di interesse secondario, la cui importanza, tuttavia, era tale che, dal loro esito, sarebbero dipesi i vantaggi e gli svantaggi derivanti dal trattato primitivo tra le parti negoziatrici. Il ruolo della Francia, nel corso di questi negoziati, è stato di interpretare legalmente le prime convenzioni e di trovare l’accordo tra loro, secondo il principio di una imparzialità perfetta, degli interessi per cui si lottava. I trattati di Zurigo testimoniano che ha fatto onestamente [Napoleone III] il suo dovere senza smentire le simpatie che aveva verso l’Italia. Un protocollo del primo trattato fissa delle nuove frontiere tre l’Austria e la Sardegna, arricchita della Lombardia. La linea mediana del letto del Mincio è stabilita come frontiera tra i due stati limitrofi. Il raggio della piazza di Peschiera è misurato sulla media tra le cifre estreme adottate per le piazze che si trovano in condizioni analoghe (3,500 metri). L’Austria rinuncia al diritto di presidio nelle tre grandi piazze di Comacchio, Ferrara e Piacenza. Il governo sardo prende a suo carico una parte del debito del Monte di Milano, istituzione precedentemente comune alla Lombardia e al Veneto; la sua parte contributiva è di 150 milioni di franchi, o di tre quinti del passivo, con l’attribuzione di una parte proporzionale nell’attivo del Monte di Milano. Il prestito austriaco del 1854 faceva pesare sulla Lombardia una parte delle obbligazioni per le quali il prestito era stato sottoscritto; il trattato fissa a 100 milioni di franchi la parte spettante al Piemonte, come compenso per la Lombardia. La Sardegna pagherà alla Francia, per i sacrifici sostenuti, una indennità di 60 milioni, rappresentanti circa la sesta parte delle spese di guerra. Il trattato di Zurigo firma una amnistia totale a favore dei civili e dei militari compromessi nella guerra, e regola, secondo i principi di una esatta e perfetta reciprocità, le questioni riguardanti le giurisdizioni o le proprietà risultanti dalla cessione territoriale che interessano le corporazioni religiose, le compagnie industriali oppure i singoli individui. Infine si stabilisce la liberazione immediata dei soldati lombardi attualmente sotto le bandiere dell’Austria. I plenipotenziari non possono prendere nessuna risoluzione definitiva sulle questioni di politica generale, e le loro deliberazioni, che riguardano queste questioni, devono limitarsi ad assicurare l’accordo e l’azione comune delle potenze contraenti riguardo la nuova organizzazione dell’Italia, sulla quale soltanto il congresso si pronuncerà in ultima istanza. Gli accordi di Zurigo non modificheranno assolutamente i preliminari di Villafranca riguardanti questo punto. I due sovrani di Francia e d’Austria hanno preso l’impegno di concentrare i loro sforzi al fine di ottenere dal Papa un sistema di governo che risponda ai bisogni delle popolazioni degli Stati Pontifici. I diritti dei sovrani della Toscana, di Modena e di Parma sono conservati, e tra coloro che confinano con questi ducati non verranno cambiati i confini senza il consenso delle potenze firmatarie dei trattati del 1815. Sarà favorita la formazione di una confederazione di Stati Italiani, compreso il Veneto, sotto la presidenza onoraria del Papa, con l’appoggio della Francia e dell’Austria. Abbiamo fatto conoscere le principali disposizioni dei trattati di Zurigo. Si elogerà certamente il senso di giustizia e lo spirito di moderazione che hanno guidato la stesura dei due primi atti. Se le restrizioni fatte in favore dei granduchi comportano qualche limitazione ai diritti che la guerra ha dato alle popolazioni italiane di disporre liberamente del loro destino, da un altro lato, però, i trattati non contraddicono le assicurazioni formali che queste popolazioni hanno ricevuto riguardo un intervento armato che riguardi le loro realtà. Questi trattati non dovrebbero dunque essere un ostacolo ai desideri dell’Italia, se il Congresso non si mostrasse più preoccupato della Francia e dell’Austria riguardo un ripristino dell’autorità ducale. Il trattato di Zurigo non pregiudica niente, e si può dire che la situazione resta la stessa. Ne abbiamo la prova nei fatti stessi che sono avvenuti dopo la firma del trattato. Si sa che le assemblee di Parma, di Modena, di Romagna e di Toscana hanno conferito al principe di Carignano la reggenza dell’Italia centrale. Questa nomina realizza di fatto l’annessione degli stati dell’Italia alla Sardegna. Si è trattato di prevenire le decisioni del Congresso. Delle importanti formalità hanno imposto al re Vittorio Emanuele di moderare l’impazienza dei duchi e di non affrettare le decisioni finali, e, per questo motivo, ha rifiutato al principe di Carignano l’autorizzazione ad accettare la reggenza. Il principe stesso ha espresso il suo rifiuto ai delegati delle Assemblee e si è curato di spiegare il motivo della sua decisione: “ Il potere - ha detto il principe - dei consigli, delle ragioni di opportunità e la ragion di stato in vista del prossimo Congresso mi impediscono, con mio grande dispiacere, di venire tra voi e di esercitare il mio mandato. “ Ma, designando come reggente il Sig. commendatore Buoncompagni, precedente commissario del re in Toscana, il principe ha voluto dimostrare che la Sardegna e l’Italia centrale non resterebbero meno unite. Si tratta di sapere se il Congresso, che è chiamato a disciplinare definitivamente le sorti dell’Italia, non tenterà di reprimere lo slancio di nazionalismo italiano che aspira a rifiorire. Ci sono dei motivi fondati di credere che il principio del non interventismo, già accettato dalla Francia e dall’Austria, prevarrà, in seno al Congresso, e il popolo italiano vivrà libero, senza essere costretto a subire dei condizionamenti contro i quali le voci delle sue assemblee protestano energicamente. Abbiamo annunciato che l’Inghilterra è decisa a prendere parte alle deliberazioni del Congresso. Dobbiamo aggiungere che, secondo notizie più recenti, sembra confermarsi che, dichiarando la sua partecipazione al Congresso, il governo inglese abbia espressamente chiesto e ottenuto che il principio del non interventismo non venga messo in discussione. Questa riserva mostra in anticipo che gli stati dell’Italia incontreranno alla riunione delle grandi potenze, se non delle vive simpatie, almeno dei sentimenti molto condiscendenti, che risparmieranno loro di ricorrere a delle misure estreme. E’ dunque una saggia politica, e al tempo stesso un dovere di non esagerare, in questo momento, gli effetti del patriottismo che li anima. Dopo aver accettato il rifiuto del principe di Carignano essi dovranno comprendere che la delegazione istituita dal Sig. Cavaliere Buoncompagni, che non è che un espediente, avrebbe gli stessi inconvenienti, e non mancherebbe di suscitare le stesse difficoltà. […] (V. Paulin, n 873, 19 novembre 1859)


                                                                                                         
              

           Traduzione di Luigi Angeli 

















Tratto dal libro:









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